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Dieta, attività fisica e fitoterapici nel trattamento di artrite e artrosi

Punti chiave:

  • I processi patologici a carico delle articolazioni possono essere di tre tipi:
    • osteoartrosi, a carattere cronico degenerativo;
    • artrite autoimmune, di cui l’esempio più tipico è l’artrite reumatoide
    • artriti sieronegative, con base autoimmunitaria, ma sieronegatività ematica.
  • Lo stile di vita è fondamentale per la prevenzione e il trattamento delle condizioni artritiche e artrosiche.
  • Gli interventi sullo stile di vita devono avere come primo scopo quello di trattare l’obesità ed il sovrappeso.
  • La dieta mediterranea a carattere antinfiammatorio, ha dimostrato di determinare:
    • una riduzione dei markers infiammatori;
    • una riduzione di peso;
    • un miglioramento del dolore e della funzione articolare e della qualità della vita dei pazienti.
  • La dieta andrebbe così strutturata:
    • cinque o più porzioni di frutta e verdura al giorno;
    • olio extravergine di oliva, con un consumo quotidiano;
    • pesci grassi (sardine, salmone, spigole, spigole e trote), 1-2 volte alla settimana;
    • cereali integrali, uso quotidiano (2-3 volte al giorno);
    • legumi 2-3 volte alla settimana;
    • carne bianca e altri tipi di pesce magri, 2-3 volte alla settimana;
    • uova 2-3 volte alla settimana;
    • le bevande zuccherate, il sale, l’alcol e il caffè dovrebbero essere evitati o consumati solo moderatamente;
    • il consumo di carne rossa dovrebbe essere limitato (1-2/mese);
    • le carni conservate andrebbero evitate.
  • Per i pazienti con fenomeni autoimmuni è fondamentale correggere la disbiosi e l’aumentata permeabilità intestinale, grazie agli interventi sullo stile di vita e l’utilizzo di probiotici e alimenti fermentati.
  • Vanno individuate eventuali intolleranze a cibi che esacerbano i sintomi.
  • L’attività fisica è sicura per i pazienti artritici e artrosici, anche se andrebbe tagliata sulle necessità del singolo paziente.
  • L’attività fisica ha dimostrato di:
    • non aggravare il quadro clinico;
    • aiutare a ridurre l’obesità;
    • ridurre il dolore, la rigidità e la qualità della vita e la salute cardiovascolare;
    • diminuire significativamente il rischio cardiovascolare;
    • avere effetti favorevoli sulle ossa;
    • aumentare l’autostima, allevia i sintomi della depressione, migliora la qualità del sonno;
    • avere un impatto benefico più precoce e più importante della dieta.
  • Vari tipi di attività fisica hanno dimostrato beneficio, dall’esercizio aerobico, ad esercizi di resistenza, il tai chi chuan e qi gong.
  • Una corretta igiene del sonno è fondamentale per ridurre l’infiammazione cronica del corpo, migliorare la funzionalità articolare, ridurre il dolore ed il rischio di obesità.
  • I FANS peggiorano la permeabilità intestinale, ed un loro utilizzo cronico accelera la progressione della patologia artrosica.
  • L’utilizzo di nutraceutici e integratori, aiuterà a gestire la sintomatologia e favorire l’implementazione di interventi sullo stile di vita nonché la riduzione del dosaggio farmacologico.
  • Tra i nutraceutici più utilizzati abbiamo:
    • gli acidi grassi omega 3 (EPA e DHA);
    • l’olio di borragine, di perilla e l’olio di semi di ribes;
    • la Curcuma longa;
    • a Boswellia serrata;
    • la Withania somnifera;
    • l’estratto secco di Salix alba;
    • l’arpagofito (o artiglio del diavolo);
    • le frazioni insaponificabili di avocado e soia.

Introduzione

Nel momento in cui due superfici dure si toccato, urtando, entrambe, essendo rigide, rischiano di rompersi. Ad esempio se tirate una craniata contro un muro, la vostra testa, oppure il mattone, si romperanno; questo a seconda di quale dei due elementi sia più duro. In alcuni casi, vi assicuro, sarà il mattone ad avere la peggio. Se però frapponete un cuscino tra la vostra testa e il muro stesso, ecco che le testate non vi faranno male più di tanto, e potrete iniziare, in un delirio di onnipotenza, a lanciare craniate incessantemente. Se il cuscino è ben imbottito ed abbastanza elastico, vedrete che ci rimbalzerete contro, e avrete nuova forza per iniziare la successiva craniata.

Ebbene, la cartilagine presente all’interno delle articolazioni, fa più o meno la stessa cosa: permette alle superfici ossee in avvicinamento di non scontrarsi tra loro, bensì di incontrarsi dolcemente, scivolando una sull’altra. Insomma le articolazioni ci permettono di ammortizzare la forza con cui sollecitiamo le ossa a causa della forza di gravità e dell’azione dei nostri muscoli. Quindi vediamo come le articolazioni sono fondamentali affinché le parti terminali delle nostre ossa, chiamate appunto superfici articolari, possano scorrere una sull’altra, permettendo appunto di muoverci, e ammortizzare il peso della gravità.

Semplificando, L’articolazione è composta appunto dalle superfici articolari, poi da un materiale gelatinoso con funzione lubrificante e ammortizzante denominato cartilagine (il cuscino di cui sopra) e delle membrane (sinoviali) che raccolgono il tutto. All’interno della cartilagine è presente un liquido, chiamato liquido sinoviale, anch’esso fondamentale per la lubrificazione e funzione ammortizzante della struttura articolare.

Immaginate le conseguenze che possono avvenire nel momento in cui questa parte ammortizzante viene meno. Le superfici cozzano tra di loro e, come conseguenza, avremo:

  • una limitazione del movimento;
  • rigidità;
  • dolore;
  • alterazioni a carico delle superfici ossee (col tempo);
  • infiammazione.

Questa perdita della cartilagine articolare, con la progressiva compromissione dell’integrità e funzione dell’articolazione, va sotto il nome di artrosi.

Nel momento in cui al processo artrosico (degenerativo) si sovrappone un processo infiammatorio, con i classici segni di dolore, gonfiore, rossore e limitazione funzionale, si parla di artrite.

Classificazioni delle artrosi e artriti

Abbiamo diverse forme di artrosi/artrite che per semplicità, in questo articolo divulgativo riassumeremo in osteoartrosi, artrite conseguenti a fenomeni di autoimmunità, artropatie sieronegative.

Osteoartrosi

L’osteoartrosi è una patologia a carattere cronico degenerativo, in cui l’ articolazione perde progressivamente la componente cartilaginea, fino ad arrivare, nelle forme più gravi, alla vera e propria anchilosi, ossia la fusione delle superfici ossee. Immaginate che, a furia di dare testate al muro, rimaniate incastrati nei mattoni. Tra le cause dell’osteoartrosi abbiamo

  • obesità;
  • l’età;
  • traumi ripetuti;
  • disallineamenti meccanici funzionali (ginocchio valgo o varo, piede piatto scoliosi cifosi);
  • sovraccarichi funzionali.

Le sedi più frequentemente colpite sono:

  • ginocchio (23,9%);
  • anca (10,9%);
  • mano (43,3%).

L’osteoartrosi può andare incontro ad un processo infiammatorio acuto e quindi si parla di osteoartrite. Ad ogni evento infiammatorio, la cartilagine e le strutture articolari, vengono ulteriormente danneggiate con una progressione della degenerazione. Nel caso della osteoartrosi, sembra che il processo infiammatorio sia la conseguenza del danno strutturale a carico della articolazione. L’artrosi è una delle principali cause di disabilità nel Regno Unito. Un sondaggio ha rilevato che nel Regno Unito 8,5 milioni di persone soffrono di OA, di cui il 71% soffre costantemente di dolore. Non esistono farmaci modificanti la malattia efficaci per il trattamento dell’artrosi e i farmaci che alleviano il dolore sono spesso insufficienti.

Nel momento in cui l’articolazione è completamente compromessa, tanto che il paziente non può muoversi o presenta un dolore intrattabile, l’unica soluzione è la sostituzione chirurgica con una protesi.

Artriti conseguenti a fenomeni di autoimmunità

In questo tipo di artrite, abbiamo un processo infiammatorio che danneggia progressivamente l’articolazione fino a distruggerla. In questo caso il processo infiammatorio è dovuto alla reazione immunitaria ed è la prima causa dell’artrite. La forma di artrite più frequente è l’artrite reumatoide, la quale colpisce prevalentemente le articolazioni di ginocchio e dita della mano in maniera simmetrica. con sintomi infiammatori quali dolore, rigidità, gonfiore e affaticamento, che possono avere effetti debilitanti sulla capacità funzionale e sulla qualità della vita dei pazienti affetti. Inoltre, l’artrite reumatoide è accompagnata da manifestazioni sistemiche, in particolare un aumento del rischio di malattie cardiovascolari

Il locus di rischio genetico più rilevante associato all’artrite reumatoide si trova nel locus che codifica la molecola HLA di classe II. L’artrite reumatoide colpisce individui geneticamente predisposti, (che presentano determinati alleli nel locud che codifica la molecola HLA di classe II) in cui l’esposizione a determinati fattori ambientali può portare ad una rottura della tolleranza immunitaria verso gli antigeni self presenti all’interno delle articolazioni, tra cui le proteine citrullinate e carbamilate. Tra i fattori ambientali, abbiamo:

  • il fumo di sigaretta;
  • l’inquinamento atmosferico;
  • la dieta;
  • le infezioni.

che scatenano la produzione di autoanticorpi nel sangue, anche anni prima della comparsa del quadro clinico conclamato.

Artropatie sieronegative

Tra queste annoveriamo:

  • la spondilite anchilosante;
  • l’artrite psoriasica;
  • la spondilite reattiva;
  • spondiloartriti enteropatiche, correlate alla malattie infiammatorie croniche intestinali (come il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa).

Anche queste, come le precedenti, hanno una patogenesi autoimmune, con gli autoanticorpi responsabili dell’innesco della flogosi articolare. In questo caso però non riscontriamo al prelievo ematico autoanticorpi dosabili.

All’interno di questo articolo andremo ad esplorare come lo stile di vita influenza lo sviluppo e l’andamento clinico delle varie forme di artrosi e artrite, andando a distinguere, per comodità di esposizione, quelle a carattere degenerativo da quelle invece che hanno un carattere maggiormente autoimmunitario/infiammatorio (in questo caso, siccome la maggior parte degli studi considerati sono fatti sull’artrite reumatoide, verrà utilizzata questa patologia come riferimento per il secondo gruppo).

Obesità, restrizione calorica, artrite/artrosi

L’obesità è un fattore di rischio sia per l’osteoartrosi sia per l’artrite reumatoide.

Nel soggetto obeso abbiamo infatti:

  • un eccesso ponderale che determina un cronico stress a carico delle articolazioni, accelerandone la degenerazione;
  • la mancanza di esercizio fisico, che impedisce la corretta lubrificazione e mobilizzazione della articolazione;
  • l’azione endocrina del tessuto adiposo stesso, che secerne cioè una serie di sostanze ad azione ormonale, tra queste la leptina e varie citochine ( TNF-alfa, interleuchina-1 e 6), ad azione proinfiammatoria. Nel complesso questo stimolo non fa altro che favorire l’innesco di una risposta infiammatoria, responsabile di un’ infiammazione nell’osteoartrosi e di una risposta autoimmune nella forma di artrite a base autoimmune/infiammatorio.

Nell’osteoartrosi la riduzione della obesità si associa ad un abbassamento dei livelli di citochine su citate, la riduzione di markers infiammatori come la PCR, tutto questo accompagnato da un miglioramento della funzionalità articolare e riduzione della sintomatologia dolorosa.

Per convincervi definitivamente che se avete difficoltà ad allacciarvi le scarpe avete anche un maggior rischio di sviluppare artrosi, vi presento questi dati:

  • in cui si è riscontrato che una perdita di peso di circa 5 kg, comporta una riduzione del rischio del 50% di osteoartrosi del ginocchio;  
  • ogni riduzione dell’1% di grasso corporeo determina un aumento del 28% della funzionalità articolare e un miglioramento del 9,4% nel punteggio del Western Ontario e del McMaster Universities Osteoarthritis Index (WOMAC), un questionario utilizzato per valutare la condizione del paziente artritico.

Nell’ artrite reumatoide è molto importante trattare l’obesità per migliorare l’andamento della patologia. Questi pazienti vanno incontro infatti, ad una obesità sarcopenica, ossia caratterizzata da una ridotta massa magra; questo sia a causa della la mancanza di movimento legata anche alla patologia stessa, sia alla terapia a cui spesso si ricorre, in particolare il cortisone (responsabile sia di atrofia muscolare che di aumento della massa grassa).

Insomma abbiamo iniziato da qui per sottolineare un principio, che ribadiremo più volte in questo articolo: prima di andare alla ricerca di pillole magiche, di integratori che ci facciano ricrescere i capelli e le cartilagini, prima di capire qual è quel cibo malefico che ci provoca l’artrite o che ce la fa passare, impostiamo una terapia che vada a trattare l’obesità, o il sovrappeso, e quindi, banalmente, vada a migliorare la composizione corporea, aumentando o mantenendo la massa magra e riducendo la grassa. Infatti Lo stesso tessuto muscolare sarà fondamentale per mantenere la funzionalità dell’ articolazione.

Vi sembrerà che stiamo cadendo nella visione riduzionistica riassumibile nel buon vecchio consiglio: mangia un po’ meno e cerca di muoverti un po’ di più.

Ma come si dice, da qui, a fare, c’è di mezzo il mare.

Questo vecchio consiglio è un po’ come gli insegnamenti dei maestri Zen che ti affidano un indovinello con il compito di risolverlo, ma senza darti alcun indizio sul come.

Più che una risposta, è un consiglio che non fa altro che aprire una serie di domande quali:

  • Come deve comportarsi un paziente che ha una artrosi o una forma autoimmune?
  • Ci sono alcuni nutraceutici che può assumere per migliorare la sua condizione da affiancare alla terapia farmacologica, così magari da ridurre il dolore ed iniziare a fare attività fisica?
  • Che tipo di attività fisica può e deve effettuare?
  • Ma, in fin dei conti, si può fare attività fisica?
  • Cosa deve mangiare o cosa deve evitare?
  • Ci sono dei cibi che possono peggiorare l’artrite?

Insomma pian piano cerchiamo di rispondere a tutte queste domande, quindi non prendete a testate il muro! Abbiate pazienza, e continuiamo il nostro viaggio.

Dieta antinfiammatoria o solo ipocalorica?

Abbiamo visto come il processo infiammatorio è alla base della progressione delle forme artritiche e artrosiche. Nel caso dell’osteoartrosi, l’infiammazione è un evento episodico, che accelera il processo degenerativo; Nelle forme autoimmuni, l’infiammazione è conseguente ad un risposta immunitaria che innesca la flogosi e la distruzione delle articolazioni.

Sulla base di questo, capirete come una dieta antinfiammatoria possa, a rigor di logica, ridurre la sintomatologia a carico delle articolazioni, nonché rallentare il progresso della patologia o ridurre le sue riesacerbazioni.

La tipica dieta occidentale, caratterizzata da un elevato apporto di carne rossa, grassi saturi e trans, un basso rapporto di acidi grassi omega-3 e omega-6 e un elevato consumo di carboidrati raffinati, è stata ad esempio associata ad un aumento del rischio di artrite reumatoide, principalmente attraverso un aumento dell’infiammazione, un’induzione di insulino-resistenza e obesità.

Prima di proseguire volevo sottolineare che una dieta ipocalorica a cui consegue una perdita di peso, porta di per sé una riduzione dell’ infiammazione dell’organismo e di conseguenza delle articolazioni; questo a prescindere dal suo contenuto in cibi antinfiammatori o proinfiammatori. E’ difficile scindere l’effetto che una dieta ha sul decorso di una patologia per la perdita di peso o per il suo contenuto in sostanze antinfiammatorie: sembra che, se per l’osteartrosi la dieta sia efficace principalmente grazie alla perdita di peso, nelle forme autoimmuni oltre al trattamento dell’obesità, il miglioramento della sintomatologia sia anche legato anche alla azione antinfiammatorio della dieta stessa.

Per semplicità di trattazione, e anche perché la dieta antinfiammatoria in un soggetto che precedentemente aveva una alimentazione disordinata, ha comunque l’effetto della perdita di peso, parleremo dei benefici della dieta antinfiammatoria come applicabili a tutte le forme di artrite.

La Dieta mediterranea

La dieta antinfiammatoria si basa sui principi della dieta mediterranea.

L’applicazione di una dieta antinfiammatoria nei pazienti con osteoartrosi, artrite reumatoide o artriti sieronegative, porta a:

  • una riduzione dei markers infiammatori di cui abbiamo parlato prima;
  • una riduzione di peso;
  • un miglioramento del dolore e della funzione articolare e della qualità della vita dei pazienti.

Vedremo ora una serie di categorie alimentari che caratterizzano la dieta mediterranea e come la loro implementazione o al contrario riduzione/eliminazione, possa essere utile nel migliorare le forme artritiche e artrosiche.

Verdura, ortaggi e frutta

Frutta verdura ed ortaggi sono alimenti ricchi di vitamine antiossidanti (in particolare la vitamina C, la cui maggiore assunzione è stata associata ad un minor rischio di osteoartrosi), polifenoli, carotenoidi e licopene, una serie di composti ad azione antiossidante ed antinfiammatoria, importanti anche per stimolare la formazione delle nostre difese antiossidanti endogene.

Nel processo infiammatorio abbiamo la produzione di radicali liberi, responsabili del danneggiamento diretto delle cartilagini articolari, nonché dell’attivazione delle metalloproteasi, enzimi che vanno a degradare l’impalcatura delle cartilagini stesse. Dato lo stress ossidativo aumentato a livello articolare nelle artrosi e artriti, una dieta ricca di queste componenti è verosimilmente utile a ridurre l’infiammazione e la sintomatologia a livello articolare.

Oltre a questo, frutta e verdura sono ricchi di fibre, fondamentali per mantenere un microbiota sano (argomento che approfondiremo più avanti) e rallentare l’assorbimento dei carboidrati. Una dieta con elevato apporto di fibre, diminuendo la velocità di assorbimento dei carboidrati, presenta una relazione negativa con PCR, e le citochine proinfiammatorie.

Tutta la frutta e la verdura è da prendere in considerazione , ma sottolineiamo l’importanza dell’utilizzo, date le loro proprietà, di:

  • crucifere (cavolo cappuccio, cavolo verza, cavolo nero, cavolini di bruxelle, broccoli, cime di rapa, ravanello, rucola e il rafano);
  • agrumi;
  • frutti di bosco in particolare i mirtilli;
  • vegetali a foglia larga;
  • frutti tropicali, come papaya ananas e mango.

Un consiglio che viene dato a questi pazienti è quello di fare la mattina degli smoothies verdi, in cui andiamo a frullare vegetali come ad esempio spinaci, unendoli ad un frutto come ad esempio dei frutti di bosco, ed un frutto tropicale. Questi ultimi contengono degli enzimi come la bromelina, che non solo hanno azione antiedemigena, ma anche antinfiammatoria e proteolitica (aiutano cioè a digerire le proteine).

Spezie, tisane

Anch’esse hanno un’ azione antinfiammatoria e antiossidante. La dieta mediterranea è ricca di spezie come timo, cannella, erba cipollina, origano, rosmarino, salvia, basilico ma è utile implementare l’utilizzo di spezie anche di altre tradizioni, come curcuma (da mischiare con poco pepe nero per essere assorbita) e zenzero, importanti alleati nel trattamento di artrosi e artriti.

Tra le bevande dalla spiccata azione antiossidante troviamo il tè nero ma sopratutto il tè verde.

Olio d’oliva

Nella dieta mediterranea la principale fonte di grassi è rappresentata dall’olio d’oliva, utilizzato sia crudo che per cucinare. L’olio di oliva è ricco di acidi grassi monoinsaturi (acido oleico) favorevoli per un corretto profilo lipidico, vitamina E ad azione antiossidante, e ricco di sostanze ad azione antinfiammatoria, tale da renderlo paragonabile ad un farmaco (ibuprofene) per le sue capacità.

La spiccata azione antinfiammatoria dell’olio d’oliva è assente negli altri oli vegetali come l’olio di girasole, ricchi di omega 6.

Frutta secca

Mandorle, nocciole, noci e semi vari, anch’esse ricche di acidi grassi monoinsaturi, vitamina E e fibre. I semi di lino sono anche estremamente ricchi di omega tre, nella forma di acido linolenico (ALA), ad azione antinfiammatoria. Andrebbero consumati insieme agli altri tipi di frutta secca e semi (ricchi in omega sei, l’acido linoleico) per bilanciare il rapporto omega tre/omega sei.

Pesce grasso

La dieta mediterranea è ricca di pesce azzurro, il quale rappresenta una delle principali fonti di proteine. All’interno dei prodotti marittimi, vi sono una serie di oligoelementi come il selenio ad azione antiossidante, iodio, zinco, vitamine del gruppo B, oltre agli acidi omega 3 in forma di EPA e DHA, le forme attive e funzionanti. All’interno della nostra alimentazione abbiamo sia acidi grassi omega 6 che omega 3, i quali devono essere in un certo rapporto affinchè nella nostra dieta siano bilanciati gli stimoli proinfiammatori (dovuti agli omega 6, in particolare l’acido arachidonico) e quelli antinfiammatori (dovuti agli omega 3, ALA, EPA e DHA).

All’interno della dieta mediterranea il consumo di pesce ed il limitato consumo di carne e latticini (ricchi di l’acido arachidonico e di acidi grassi saturi) aiuta a bilanciare il rapporto tra questi due elementi, sbilanciato a favore degli omega 6 nella tipica dieta occidentale.

Per farvi capire l’importanza del consumo di pesce vi riporto questi dati estratti da studi di coorte che hanno seguito dei gruppi di pazienti per un intervallo di tempo di 5 anni.

  • Per ogni aumento nell’assunzione di 30 g di pesce grasso (dove per pesce grasso si intende un pesce con contenuto in grasso uguale o superiore a 8 g di grasso/100 g di pesce) al giorno fu riscontrato una riduzione del 49% del rischio di artrite reumatoide. I pazienti che consumavano un pesce magro e con un contenuto inferiore di grasso (3- 7 g di grassi/100 g di pesce) il rischio di sviluppare artrite reumatoide era significativamente maggiore di artrite reumatoide.
  • Un apporto alimentare di omega 3 (EPA e DHA), superiore a 0,21 g/giorno, è stato associato a una riduzione del rischio del 35% di sviluppare artrite reumatoide, a fronte di un apporto inferiore. L’assunzione a lungo termine superiore a 0,21 g/giorno, è stata associata a una riduzione del rischio del 52%. Il consumo costante a lungo termine di pesce grasso superiore a una porzione a settimana rispetto a meno di una volta a settimana, è stato associato a una diminuzione del rischio del 29%.

Per capirci lo sgombro ad esempio ha  100 g di prodotto fresco, apportano circa 11 g di grassi totali, di cui 1,9 g sono omega 3 (1,26 g di DHA e 0,73 di EPA), quindi mangiandone 200 grammi alla settimana, riusciamo a raggiungere o superare il valore su indicato. Quindi l’indicazione è di consumarlo una due volte alla settimana.

Legumi

Nella dieta mediterranea vi è un abbondante consumo di legumi, che risultano essere una fonte di carboidrati complessi a basso indice glicemico, di proteine magre e fibre.

Carni rosse e bianche

Il consumo eccessivo di carne rossa e un elevato apporto proteico totale, sono stati associati ad un aumento del rischio di poliartrite infiammatoria. Le possibili spiegazioni di questa associazione risiedono nel:

  • l’aumento dell’infiammazione derivata dai grassi della carne (saturi e acido arachidonico) e dai nitriti;
  • l’eccessivo carico di ferro orale, responsabile di uno stress ossidativo;
  • la presenza di acido sialico all’interno della carne rossa. Recenti studi hanno evidenziato come l’acido sialico venga inglobato all’interno delle membrane cellulari del nostro corpo, aumentando la tendenza alla formazione di autoanticorpi.

L’indicazione è nei pazienti di consumarla di rado, una due volte al mese.

La carne bianca può essere considerata una fonte proteica di ottima qualità e povera di grassi. E’ comunque ricca di acidi grassi omega 6, va quindi consumata con moderazione sebbene più frequentemente delle carne rossa, 1-2 volte a settimana.

Latticini e formaggi stagionati

Nella dieta mediterranea i derivati del latte sono presenti ma soprattutto in forma fermentata (yogurt). Il consumo di yogurt ha vari effetti benefici sulla salute e soprattutto sulla permeabilità intestinale, compromessa nei pazienti con artrite reumatoide e artriti sieronegative.

I latticini e formaggi sono un alimento da consumare con moderazione, dato il loro contenuto calorico importante a causa del ricco tenore di acidi grassi saturi. Anche qui, a meno che non siano di animali allevati al pascolo, hanno un quantitativo importante di omega 6, in particolare di acido arachidonico. L’effetto del consumo di latte e latticini ha dato risultati variabili nei pazienti artritici. Sembra che i soggetti sensibili o allergici alle proteine del latte abbiano la possibilità di riacutizzare l’artrite reumatoide consumando questo tipo di alimenti.

Cereali integrali ed altri fonti di carboidrati

La dieta mediterranea è povera di carboidrati semplici e zuccheri raffinati. Gli zuccheri raffinati vengono assorbiti rapidamente e danno sia un picco glicemico che insulinico, con un aumento della glicazione proteica e dello stress ossidativo e infiammatorio dell’organismo. L’elevato consumo di bevande zuccherate è stato associato ad un aumentato rischio di sviluppare l’artrite reumatoide.

Nella dieta mediterranea l’apporto di carboidrati è più moderato rispetto alla comune dieta occidentale, rappresentando solo il 50% dell’apporto calorico totale contro il 70% della standard american diet (SAD); oltre a questo le fonti di carboidrati sono rappresentate appunto dai cereali, integrali, legumi, frutta e verdura, i quali sono ricchi anche in fibre, oltre a polifenoli e altre sostanze antiossidanti.

Uova

Le uova sono un alimento comunemente demonizzato, in maniera ingiustificata. Le uova sono un’ottima fonte di proteine ed altri nutrienti e vitamina; i grassi presenti al suo interno sono in parte monoinsaturi e, se prese biologiche, da galline lasciate libere di razzolare all’aperto, hanno anche un contenuto in omega 3 e sei più bilanciato.

Sale

Un elevato apporto alimentare di sodio (sale), comune nei paesi occidentali, è stato associato ad un aumento del rischio di artrite reumatoide. Livelli elevati di sale potrebbero potenziare l’effetto dannoso di altri fattori ambientali, in particolare il fumo. Un elevato apporto di sodio nei fumatori aumenta infatti il rischio di positività agli anticorpi anti-proteina citrullinata (ACPA), tipici dell’artrite reumatoide.

Prima di concludere il discorso sulla dieta vorrei sottolineare che affinché questa esplichi i risultati desiderati, in termini di miglioramento dei sintomi artritici, è necessario che passino almeno 3 mesi (2-6 mesi). Questo è anche il tempo necessario affinché la dieta dia delle modificazioni a carico del microbiota. Degli effetti più rapidi si sono riscontrati con i protocolli di digiuno a sola acqua; dopo il periodo di digiuno, la malattia si ripresentava man mano che i cibi venivano implementati nel refeeding, ma comunque, con una sintomatologia inferiore rispetto a prima periodo di digiuno.

Insomma, ma quindi, cosa deve mangiare un paziente con artrite/artrosi? Facciamo un riassunto:

  • bere 1,5/2 litri di acqua al giorno: in un corpo disidratato avremo anche delle cartilagini disidratate e più rigide (per riduzione del liquido sinoviale);
  • cinque o più porzioni di frutta e verdura al giorno, preferibilmente di stagione e di produzione locale (a meno che non viviate nella terra dei fuochi), alternando verdura cruda e cotta;
  • olio extravergine di oliva, con un consumo quotidiano;
  • pesci grassi (sardine, salmone, spigole, spigole e trote), 1-2 volte alla settimana;
  • cereali integrali, uso quotidiano (2-3 volte al giorno);
  • legumi 2-3 volte alla settimana;
  • carne bianca e altri tipi di pesce magri, 2-3 volte alla settimana;
  • uova 2-3 volte alla settimana;
  • Le bevande zuccherate, il sale, l’alcol e il caffè dovrebbero essere evitati o consumati solo moderatamente;
  • il consumo di carne rossa dovrebbe essere limitato (1-2/mese);
  • le carni conservate andrebbero evitate.

Queste regole alimentari andrebbero personalizzate in base alle condizioni personali (vedi avanti) e seguite nel modo più scrupoloso possibile, quanto più la malattia si presenta in forma attiva.

Fig 1

Intolleranze alimentari

Questo discorso riguarda più strettamente le artriti autoimmuni. Vi sono alcuni alimenti indicati dai pazienti come scatenanti il processo patologico. Tra questi le più frequentementi indicate sono:

  • la carne rossa,
  • i latticini,
  • il glutine.

Si è visto che molti pazienti hanno beneficio nel rimuovere dal loro regime alimentare la categoria di cibo indicata come scatenante la sintomatologia. L’individuazione delle intolleranze alimentari può inoltre essere d’aiuto nel trattare l’aumentata permeabilità intestinale di cui soffrono questi pazienti.

Mi preme però sottolineare come, prima di additare un cibo come responsabile di una patologia o sintomatologia, bisogna valutare e sistemare l’intero stile di vita.

Digeribilità delle proteine

Alcuni autori riportano come il rallentamento del transito intestinale potrebbe determinare una permanenza maggiore di fonti proteiche all’interno del lume, con conseguente aggressione del cibo indigerito da parte del microbiota proteolitico. Questo favorirebbe lo sviluppo di questa popolazione proinfiammatoria del microbiota, innescando o favorendo uno stato di disbiosi (uno squilibrio nelle varie popolazioni batteriche) e aumento della permeabilità intestinale.

Consigliano quindi di non associare carboidrati con le proteine, quindi ad esempio distribuire i carboidrati a pranzo e le proteine a cena. Le proteine andrebbero associate ad una fonte di verdure per accelerare il transito a livello intestinale.

Artrite reumatoide e permeabilità intestinale

La struttura del nostro intestino può essere considerata come quella di un tubo, le cui pareti sono tappezzate da cellule strettamente serrate tra loro, talmente tanto, da evitare il passaggio di cibo indigerito e frammenti microbici presenti nel lume, attraverso di esso.

Nel momento in cui questa integrità viene ad essere compromessa, si parla di aumento della permeabilità intestinale. L’aumento della permeabilità dell’intestino, porta ad un contatto dei batteri e di frammenti indigeriti presenti nel lume intestinale, con le cellule del sistema immunitario presente invece nella parete intestinale stessa, con una risposta tale da determinare una flogosi a livello locale.

All’interno del lume intestinale è presente una colonia di batteri, sempre più numerosa man mano che passiamo dalla bocca all’ano, chiamato microbiota.

Il processo infiammatorio, cambiando il microambiente del lume porta a sua volta allo sviluppo di un microbiota aggressivo e proinfiammatorio determinando il cosidetto fenomeno della disbiosi.

Nel microbiota abbiamo un equilibrio tra la popolazione di batteri che si occupano di riparare e mantenere l’integrità della barriera intestinale e i batteri più “aggressivi”, che tendono invece a stimolare la risposta immunitaria ed innescare un processo infiammatorio.

Abbiamo visto che se c’è un processo infiammatorio in atto, il microbiota si arricchisce delle specie più immunogene e si impoverisce invece delle specie che hanno un’ azione antinfiammatoria, favorendo una cronicizzazione del processo infiammatorio stesso.

Il processo infiammatorio di cui sopra, non rimane però localizzato a livello intestinale, ma innesca una serie di conseguenze ed effetti sistemici in quanto:

  • frammenti di batteri (in particolare il lipopolisaccaride, LPS) passano in circolo attraverso questi buchi nel epitelio intestinale, determinando effetti a carico di diversi organi, articolazioni comprese, con l’innesco di un processo infiammatorio;
  • il sistema immunitario, a causa del continuo contatto con batteri aggressivi e proteine indigerite del cibo, nonché dello stato di infiammazione cronica generalizzata, diventa più improntato alla reazione e all’ azione autoimmune;
  • nell’artrite reumatoide l’aumento della permeabilità intestinale favorisce la citrullinazione dei peptidi articolari, con produzione degli ACPA, correlati ai segni artritici. Si è inoltre notato una stretta correlazione tra un aumentato livello di marcatori sierici di permeabilità intestinale (tra cui l’LPS) e la gravità della malattia.

Insomma capiamo come la perdita dell’integrità della barriera intestinale e la traslocazione microbica svolgano un ruolo determinante nella patogenesi dell’artrite reumatoide, nonché delle altre forme di artrite autoimmune.

La qualità del microbiota influisce quindi sull’ infiammazione e sulla permeabilità intestinale: capiamo come questo può essere quindi un target terapeutico per migliorare l’andamento delle patologie artritiche autoimmuni (e forse anche non immuni).

Infatti alla fine, se pur non sappiamo se venga prima l’uovo (l’infiammazione intestinale) o la gallina (la disbiosi), possiamo comunque effettuare degli interventi che migliorano il microbiota per migliorare l’andamento della nostra sintomatologia.

Però c’è un però…Il microbiota è come la nostra ombra! Le modificazioni a suo carico non sono nient’altro che la proiezione del nostro stile di vita.

Capiamo bene quindi che non si tratta solamente di prendere solo “un fermento lattico”.

L’unico probiotico che ha dato una qualche efficacia nella gestione dei pazienti con artrite reumatoide è il Lactobacillus casei 01. In uno studio clinico randomizzato in doppio cieco, 60 pazienti di sesso femminile con artrite reumatoide sono state randomizzate a ricevere Lactobacillus casei 01 ad un dosaggio di 108 milioni di CFU o un placebo per 8 settimane.
Alla fine dello studio, il gruppo di intervento ha presentato un miglioramento dei sintomi (numero delle articolazioni dolenti e gonfie, punteggio globale sulla salute e della qualità di vita), nonché miglioramento del quadro citochinico ematico.

Come migliorare la disbiosi e la permeabilità intestinale

Passiamo in rassegna rapidamente alcuni interventi utili al fine di migliorare la disbiosi e la permeabilità intestinale:

  1. La dieta. Per la dieta vale il discorso fatto nel paragrafo dedicato a questo argomento. L’assunzione di fibre ha un impatto positivo sul microbiota, in quanto va a nutrire le specie “buone” le quali, dopo aver mangiato le fibre producono, come materiale di scarto gli acidi grassi a catena corta (SCFA), tra cui Il butirrato. Gli SCFA riducono la permeabilità intestinale e la traslocazione batterica, limitando l’infiammazione locale e sistemica; oltre a questo presentano effetti antinfiammatori sistemici, modulando i macrofagi e le cellule dendritiche e migliorando la funzione delle cellule T regolatorie. Studi recenti suggeriscono che sono necessari più di 3 mesi di dieta mediterranea per produrre un aumento significativo nella diversità del microbiota.
  2. Gli alimenti probiotici, come yogurt, ma soprattutto kefir, crauti, tè kombucha, miso. Gli alimenti probiotici presentano delle colonie di batteri che hanno una efficacia enorme nel migliorare le disbiosi e la permeabilità intestinale. Nei pazienti con disbiosi la situazione può peggiorare con l’apporto maggiore di fibre, mentre migliora con l’assunzione di alimenti probiotici.
  3. L’individuazione di intolleranze alimentari ed eventuale eliminazione (anche temporanea) delle categorie di cibo che possono dare fastidio.
  4. Sporcarsi: stare in mezzo alla natura e fare giardinaggio sporcandosi di terra, aiuta a migliorare la composizione della proprio microbiota, oltre a ridurre i livelli di stress;
  5. L’attività fisica, un intervento ancora più potente e rapido della dieta nel garantire la diversità del microbiota.

Quali sono invece i fattori che peggiorano la permeabilità intestinale e la disbiosi?

  • una dieta ricca di grassi saturi, proteine e povera di fibre e antiossidanti;
  • la sedentarietà;
  • il fumo;
  • lo stress;
  • l’utilizzo di cortisonici e antinfiammatori non steroidei (FANS).

Su quest’ultimo punto vorrei spendere qualche parola. I FANS ed il cortisone sono dei farmaci abitualmente utilizzati per il trattamento delle forme artritiche e artrosiche. I FANS in genere vengono consigliati per brevi periodi, ma i pazienti spesso vi ricorrono spesso per lenire i sintomi di una malattia poco controllata.

Sulla base di quanto esposto però capiamo bene come la somministrazione di FANS può portare alla perdita dell’integrità intestinale, facilitando così l’assorbimento antigenico e forse contribuendo alla persistenza della malattia.

Meglio quindi provare a controllare la patologia migliorando lo stile di vita!

Artrosi ed attività fisica

Un altro aspetto fondamentale del trattamento del paziente con forme artrosiche e artritiche, è quello dell’implementazione dell’attività fisica.

Se già far cambiare dieta a qualcuno risulta difficile, spesso convincerlo a fare attività fisica, è un’impresa che rasenta l’impossibile, ancora di più in caso di artrosi e artriti.

Vediamo perché:

  1. Un paziente artrosico spesso è obeso, ed un paziente obeso spesso è un paziente che non fa movimento e che ha poca intenzione di farlo.
  2. Nel momento in cui si instaura la patologia infiammatoria o autoimmune che sia, i dolori e le rigidità articolari sono un deterrente nell’intraprendere attività fisica; nelle forme più avanzate e gravi, o durante le sue acuzie, fare attività fisica risulta difficile o praticamente impossibile.
  3. Se un paziente non ha mai svolto attività fisica o viene da un prolungato periodo di sedentarietà, ha gli schemi motori di base completamente compromessi, i muscoli atrofici e poco responsivi, e dei pattern respiratori superficiali che non coinvolgono diaframma e pavimento pelvico.

Affinché il paziente si avvii alla pratica dell’ attività fisica, è importante sottolienare che:

  • i risultati degli studi hanno sempre confermato che non vi è un peggioramento del quadro clinico facendo movimento; all’interno dell’articolazione abbiamo visto come è presente un liquido, chiamato liquido sinoviale, fondamentale per la lubrificazione e funzione ammortizzante articolare. Questo liquido è formato attraverso la filtrazione del sangue: l’attività fisica favorisce il flusso di sangue all’articolazione, e la produzione di liquido sinoviale. Insomma aiuta ad “oliare le nostre giunture”;
  • il primo passo per trattare le forme artrosiche e artritiche è quello di ridurre l’obesità; per il corretto trattamento dell’obesità la dieta non è sufficiente: affinché ci sia un impatto clinico è necessario che la perdita di peso sia caratterizzata da una perdita di massa grassa e da un mantenimento/aumento di massa magra, e quest’ultimo risultato, l’attività fisica risulta fondamentale;
  • l’esercizio ridurrà il dolore, la rigidità e la qualità della vita nel complesso, migliorerà la resistenza all’ attività fisica e la salute cardiovascolare. Vari tipi di esercizi aerobici o per la forza muscolare sono stati testati con buoni risultati;
  • l’attività fisica diminuisce significativamente il rischio cardiovascolare con il miglioramento della funzione endoteliale e il rallentamento del processo aterosclerotico (e sappiamo che nell’ artrite reumatoide c’è un importante comorbilità con le patologie cardiovascolari);
  • l’attività fisica ha anche effetti favorevoli sulle ossa, rallentando la progressione radiografica della malattia nelle piccole articolazioni e aumentando la densità minerale ossea a livello del collo femorale;
  • impegnarsi nell’attività fisica aumenta l’autostima, allevia i sintomi della depressione, migliora la qualità del sonno e diminuisce la percezione del dolore;
  • l’attività fisica ha un impatto benefico più precoce e più importante della dieta. In uno studio hanno diviso delle donne con artrite reumatoide in quattro gruppi: in uno hanno applicato un protocollo di attività fisica, un altro lo hanno sottoposto ad una dieta mediterranea, in un terzo gruppo venivano applicati entrambi gli interventi ed infine vi era gruppo controllo. L’attività fisica era il fattore che maggiormente aveva incidenza nel migliorare i sintomi, agendo inoltre ancor prima rispetto alla dieta (forse perchè ci vogliono almeno tre mesi per migliorare e cambiare il microbiota). Sul lungo periodo i risultati migliori ovviamente si avevano nel gruppo in cui i due interventi erano combinati.

Nel caso dell’attività fisica, tutto è oro quello che luccica

Se sono riuscito a motivarvi e a stuzzicare la vostra curiosità ora vi starete chiedendo: quale tipo di attività fisica? E per quanto tempo?

In realtà penso che la risposta sia che l’attività fisica di un paziente artrosico, di qualsiasi forma soffra, vada estremamente ritagliata sulla persona.

Negli studi spesso viene valutato l’impatto dell’esercizio aerobico. La maggior parte degli interventi studiati sono di breve durata (4 settimane) e prevedevano attività aerobica (corsa o ciclismo) per 60 minuti al giorno 5 giorni alla settimana.

Accanto all’attività aerobica viene anche valutata l’applicazione di esercizi per migliorare la forza muscolare. È stato dimostrato che l’allenamento di resistenza riduce l’infiammazione sistemica e aumenta la forza muscolare.

In pazienti con osteoartrosi dell’anca o del ginocchio, rispetto ad adulti meno attivi con la stessa patologia, l’attività fisica ha ridotto il dolore, migliorato la funzione fisica e la qualità della vita. Per ribadire il concetto, non c’erano prove che suggerissero una progressione accelerata dell’osteoartrosi per l’attività fisica inferiore a 10.000 passi al giorno.

Sia l’attività fisica equivalente alle linee guida sull’attività fisica per gli americani, ossia 150 minuti/settimana di esercizio di moderata intensità in periodi ≥10 minuti, sia livelli inferiori di attività fisica (almeno 45 minuti totali alla settimana di esercizio di moderata intensità), sono stati associati a funzionalità migliorata o mantenuta.

Da queste evidenze capiamo come le persone con osteoartrosi degli arti inferiori dovrebbero essere incoraggiate a impegnarsi per ottenere certi quantitativi di attività fisica, anche di intensità modesta. Possono scegliere di accumulare minuti di attività fisica durante l’intera giornata, indipendentemente dalla durata dell’attività, ed essere sicuri di ottenere alcuni benefici per la salute per l’artrosi.

Negli studi si è evidenziato come i benefici misurabili dell’attività fisica, sembravano persistere per periodi fino a 6 mesi dopo la cessazione di un programma definito.

Nell’artrite reumatoide esistono prove evidenti che suggeriscono che l’aumento dell’attività fisica e/o dell’esercizio fisico può contemporaneamente migliorare i sintomi, ridurre l’impatto delle manifestazioni sistemiche nell’artrite reumatoide, e porre un freno al fenomeno un aumento della deposizione di massa grassa e una riduzione della massa muscolare tipica della malattia che da la cosidettà obesità sarcopenica, che può sfocare in una vera e propria “cachessia reumatoide”.

Anche per l’artrite reumatoide è importante notare che aumentare l’attività fisica o impegnarsi in diversi tipi di esercizio, anche ad alta intensità, è sicuro , senza che nessuno studio riporti effetti avversi; al contrario, uno stile di vita sedentario nell’artrite reumatoide può ulteriormente promuovere l’aumento del rischio di sviluppo futuro di malattie cardiovascolari.

Come personalizzare la prescrizione dell’attività fisica

Ora come sempre nel momento in cui si tenta di applicare i risultati degli studi al paziente, ossia l’individuo, si va incontro ad una serie di problemi legati a dover applicare un protocollo standard alle necessità e le condizioni dell’individuo.

Volendo dare delle indicazioni orientative, creerei questa scaletta:

  1. Il paziente dovrà iniziare a effettuare un percorso di fisioterapia, mirato a mantenere o cercare di recuperare la mobilità articolare, allungare nuovamente le catene cinetiche posteriori che tendono a ritrarsi con l’immobilità e la sedentarietà, compromettendo la possibilità di eseguire uno schema motorio correttamente. Il fisioterapista si preoccuperà inoltre di far effettuare al paziente degli esercizi assistiti. Accanto a questo si potranno proporre degli esercizi di respirazione che avranno anche effetti sistemici, oltre a sbloccare diaframma e pavimento pelvico. Questo step è la base è la base di accesso ai successivi, ed è lo scalino accessibile anche ai paienti che non possono svolgere attività fisica.
  2. Effettuare in autonomia esercizi importanti per ripristinare la flessibilità, gli schemi corporei e la mobilità delle catene cinetiche, come ad esempio esercizi del metodo Bertelè-Mezieres, yoga, tai chi chuan, qi gong. Il tai chi chuan e il qi gong sono delle ginnastiche mediche cinesi (la prima è anche un’arte marziale), parti integranti della medicina tradizionale cinese. In Interventi di 8-12 settimane di tai chi chuan o di qi gong, in pazienti con artrosi di anca e ginocchio, artrite reumatoide e spondiloartrite, veniva riscontrato un miglioramento:
    • nelle condizioni fisiche;
    • nella fiducia nel movimento;
    • nell’equilibrio;
    • nell’intensità del dolore, sia durante l’esercizio fisico e nella vita quotidiana;
    • nei livelli di stress e ansia;
    • nella consapevolezza corporea;
    • della funzionalità articolare;
    • nella mobilità dell’anca, maggiore rispetto a quello di altre attività aerobiche.
  3. Attività fisica aerobica, (150 minuti/settimana di esercizio di moderata intensità in periodi maggiori di 10 minuti) sia livelli inferiori di attività fisica (almeno 45 minuti totali/settimana di esercizio di moderata intensità). Personalmente mi senti di consigliare:
    • la camminata, lo schema motorio per cui ci siamo evoluti, con un basso impatto nei confronti delle articolazioni;
    • il jogging, nuoto, acqua gym, nordick walking, escursionismo, un’altra serie di esercizi a basso impatto;
    • di evitare invece lo “sport”, come calcio, basketball, pallavolo, dove invece l’impatto e il carico articolare è importante.
  4. Attività fisica di potenziamento muscolare (1-2 volte alla settimana). Mi sento di sottolineare che anche le attività elencate negli altri scalini, man mano che vengono praticate ad intensità crescenti, aumentano la forza ed il tono muscolare. Ad esempio posso camminare o pedalare in salita, salire le scale, praticare tai chi chuan o qi gong con delle posizioni basse, tanto da fare uno squat, praticare posizioni yoga in cui carico ripetutamente le braccia: in queste attività l’utilizzo del “sovraccarico” avviene spontaneamente con la fisiologica progressione delle capacità dell’allievo. L’utilizzo dei sovraccarichi veri e propri, che siano esterni (pesi, manubri) o il proprio corpo, come esercizio a sé stante, lo lascerei ai pazienti che sono passati dagli step precedenti.

Questa scaletta vi serve non solo per capire da dove partire per svolgere attività fisica e quanto tempo dedicarci, ma anche per capire come la “manutenzione” del corpo, finalizzata a mantenere la sua mobilità grazie all’ apertura delle catene cinetiche soprattutto posteriori, che tendono a ritrarsi, dovrebbe essere quasi giornaliera; oltre a questo va data la priorità all’esercizio aerobico, nelle dosi minime su indicate e nel tempo rimanente, se ne rimane, potremmo aggiungere degli esercizi con sovraccarichi o a corpo libero per aumentare la nostra forza.

Sonno e artrosi

Il sonno è un pilastro fondamentale nella gestione della nostra salute,spesso poco considerato e valutato dai professionisti, ma non qui, in questo blog.

Sia una durata del sonno lunga che breve sono state associate a esiti negativi sulla salute, nonché sulla mortalità stessa. Questo aspetto riguarda anche quello dell’artrosi ed artrite.

In uno studio venne ricercata la relazione tra la durata del sonno e l’osteoartrosi. Questo studio ha incluso 5268 donne di età superiore a 50 anni divise in quattro gruppi a secondo della durata del sonno ( meno di 5 ore, 6 ore, 7-8 ore, considerata come la durata di riferimento e più di 9 ore) utilizzando le risposte di un questionario.

L’osteoartrosi veniva valutata tramite indagini radiografiche.

La prevalenza dell’osteoartrosi in base alla durata del sonno ha mostrato una curva a forma di U, con il nadir (il punto più basso) nella categoria di sonno appropriata (7-8 ore). Rispetto alla durata del sonno di 7-8 ore, i segni maggiori di artrosi (anca e ginocchio), si riscontravano nelle pazienti del gruppo del sonno breve (≤5 ore/giorno) e del sonno lungo (≥9 ore/giorno). In questo articolo venivano considerati fattori confondenti quali: età, indice di massa corporea, abitudine al fumo, consumo di alcol, esercizio fisico regolare, occupazione, zona residenziale, ipertensione, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e ictus.

Insomma vediamo come la durata del sonno breve e lunga era positivamente associata all’osteoartrite nelle donne di mezza età e anziane.

Oltre a questo la privazione del sonno è stata associata ad alterazioni dei parametri immunitari innati e adattivi, che portano a uno stato infiammatorio cronico e ad un aumento del rischio di patologie infettive/infiammatorie, comprese le malattie cardiometaboliche, neoplastiche, autoimmuni tra cui appunto le artriti su base autoimmune.

Ma con che meccanismi il sonno può danneggiare le nostre articolazioni? Vediamone alcuni:

  1. In primo luogo, la durata del sonno sia breve e che lunga porterebbero ad un aumento dello stress ossidativo e all’infiammazione di basso grado del nostro corpo, che a sua volta, può indurre una risposta infiammatoria a livello articolare dei condrociti, con un aumento della produzione di radicali liberi responsabili del danneggiamento articolare ed una ridotta produzione di proteoglicano e del collagene di tipo II, importanti costituenti della cartilagine; oltre a questo lo stato infiammatorio cronico è un fattore favorente lo sviluppo di reazioni autoimmuni.
  2. In secondo luogo, sia il sonno breve che quello lungo sono fattori di rischio ben consolidati per il futuro aumento di peso corporeo e di grasso, che possono contribuire ad aumentare il rischio di osteoartrosi e di artrite.
  3. Vorrei infine aggiungere che durante il sonno abbiamo la secrezione dell’ormone della crescita, fondamentale per la riparazione delle strutture del nostro corpo, articolazioni comprese. Un sonno troppo breve o troppo superficiale, (come può accadere se la sua durata è più lunga delle canoniche 7-8 ore) può determinare una ridotta secrezione di GH e una mancata riparazione delle cartilagini articolari.

Il sonno è un argomento complesso, che a sua volta influenza e viene influenzato dagli altri pilastri della salute come dieta ed attività fisica. Per iniziare a migliorare la qualità del sonno si può ricorrere ad implementare le regole di igiene del sonno nella propria routine quotidiana e serale.

Integratori nutraceutici e fitoterapici

Al fine di migliorare la qualità di vita dei pazienti con artrosi/artriti, possiamo utilizzare degli integratori o dei fitoterapici, così da ridurre e limitare l’utilizzo di prodotti farmacologici, e rendere più facile l’implementazione di abitudini di vita come l’attività fisica, ostacolata dalla presenza di dolore e rigidità articolare.

Abuso di FANS ed effetti collaterali

A proposito dei farmaci comunemente utilizzati per gestire l’artrite e artrosi, abbiamo già accennato a come gli antinfiammatori non steroidei o FANS, possano peggiorare un quadro di permeabilità intestinale già compromesso nei pazienti con artriti autoimmuni.

Tra altri effetti collaterali noti ricordiamo

  • la tossicità renale, con un aumento della progressione verso l’insufficienza renale;
  • la tossicità gastrica con disturbi gastrointestinali vari e l’aumentato rischio emorragico;
  • gli effetti cardiovascolari, con aumento di pressione arteriosa, ritenzione di liquidi e rischio di scompenso cardiaco,o eventi ischemici o emorragici a carico di cuore o encefalo.

Vorrei aggiungere che da recenti metanalisi, è stata riscontrata una più rapida progressione radiologica dell’artrosi valutata radiologicamente in chi per un periodo tra sei/ sette anni, ha fatto un uso continuativo di FANS.

Insomma quella pillolina che si prende per alleviare il dolore, purtroppo se abusata e presa costantemente per un lungo periodo, non fa altro che peggiorare la situazione.

E capite bene che se non gestisco queste patologie anche con lo stile di vita, ma mi affido solo ad interventi farmacologici, anche se nell’immediato avrò un beneficio, sul lungo periodo starò sempre peggio, avrò sempre più necessità di questi farmaci che accelereranno sempre di più la distruzione della mia cartilagine. E l’ultima cosa che mi resterà, non sarà che la sostituzione chirurgica della articolazione, che però non avrà certo la stessa funzionalità originaria..

L’accelerazione della degradazione articolare (ossia la riduzione della rima valutata radiograficamente) è quasi del doppio rispetto a chi non ha utilizzato FANS in maniera continuativa.

Quindi un appello: non facciamo le scimmie che pensano solo al momento presente, torniamo ad essere umani, umani che camminano, corrono, mangiano decentemente e non riducono la loro vita al godimento per una fetta di salame, ma riescono a fare dei progetti sul lungo periodo.

Nutraceutici per artrosi ed artrite

Consideriamo adesso integratori e nutraceutici utili a trattare, in associazione alla terapia farmacologica, l’artrosi e le forme infiammatorie di artrite.

Di questi prodotti è ormai accertata l’azione antinfiammatoria paragonabile a quella dei FANS, se pur non immediata. Insomma Hanno un effetto paragonabile ma sul lungo periodo: richiedendo infatti un trattamento variabile tra le 6 settimane e i 3 mesi per poter dare un effetto clinicamente rilevante (per lo meno questi sono gli endpoint degli studi in cui questi effetti sono stati rilevati).

Nel complesso questi prodotti hanno dimostrato sia nelle forme artrosiche che artritiche di:

  • ridurre il dolore articolare e la rigidità, con un miglioramento complessivo della funzione articolare;
  • migliorare la qualità di vita dei pazienti artrosici e artritici;
  • ridurre l’ infiammazione a carico delle articolazioni dei pazienti artritici;
  • limitare l’utilizzo di FANS, e questa è una cosa buona e giusta visto le conseguenze di un loro abuso.

Ora seguirà un elenco dei prodotti più studiati, in cui è stato testato l’effetto terapeutico di cui vi parlavo sopra, con il dosaggio e il periodo minimo di somministrazione:

  • acidi grassi omega 3 (EPA e DHA) a dosaggio di 1 gr/die, a salire (in alcuni studi anche più di 4 gr/die), per un periodo di tre quattro mesi;
  • acido gamma-linolenico. Questo acido grasso polinsaturo della serie omega 6 sembra svolgere svolge un’azione antinfiammatoria; ne sono ricchi l’olio di borragine, di perilla e l’olio di semi di ribes. Negli ultimi due prodotti citati vi è anche una discreta presenza di omega 3 vegetali (ALA); è necessario assumere una quantità che garantisca 1,4 mg al giorno di acido gamma linoleico;
  • La Curcuma longa, estratto standardizzato al 95% in curcumina, dai 3-6 grammi al giorno; la curcuma è uno degli antinfiammatori più studiati e con più riscontri clinici, con efficacia paragonabile al diclofenac da 50 mg;
  • La Boswellia serrata, estratto standardizzato al 95% in acidi boswelici, 200-300 mg, 2-3 volte die per 90 giorni;
  • la Withania somnifera, conosciuta anche come Ginseng indiano o Ashwagandha è un tonico adattogeno, utilizzato nella medicina ayurvedica dotata di attività antinfiammatorie, condroprotettive ed analgesiche sistemiche oltre che di antistress ed immunostimolante; il dosaggio è tra i 125 e 250 mg al giorno;
  • abbiamo farmaci a più spiccata azione analgesica (insomma il dolore viene attenuato un po’ prima dei precedenti) grazie alla loro più spiccata azione sulla cicloossigenasi. Tra questi troviamo il:
    • estratto secco di Salix alba, titolato al 15% in salicina 500-750 mg 2-3 oltre al giorno, da cui si estrae l’acido salicilico, capostipite dei FANS;
    • l’arpagofito, meglio conosciuto come artiglio del diavolo, estratto secco titolato in arpagoside. utilizzare al fine di ottenere almeno 100 mg di arpagoside;
  • frazioni insaponificabili di avocado e soia, glicosaminoglicani e condroitin solfato, utili per rallentare la degradazione cartilaginea;
  • piante tradizionali: parliamo alcune piante che hanno un utilizzo tradizionale nel trattamento delle forme artrosiche . Di queste la liquirizia è quella che ha più riscontri clinici. La liquirizia viene fondamentalmente utilizzata per la sua capacità di rallentare la degradazione dei corticosteroidi. Questo permetterebbe di ridurre il dosaggio nei pazienti di cortisone nel tempo. Altre piante hanno con un utilizzo tradizionale, ma su cui non vi sono trial clinici sono l’equiseto e soprattutto l’ortica.

Conclusioni

Siamo giunti alla fine di questo enorme viaggio. Spero che questo articolo vi aiuti ad uscire da quel senso di impotenza che cala su di noi quando ci viene effettuata una diagnosi importante come quelle delle patologie di cui abbiamo parlato, e da quella conseguente estrema dipendenza dal medico, l’unico che possa salvarci e fare qualcosa per noi.

Purtroppo nella medicina Il farmaco è tutto, è legge, è dogma, è Dio. Ed il medico che lo prescrive è il suo intermediario.

Ma, soprattutto nella gestione di patologie croniche, il farmaco può aiutarvi ed è certamente utile, ma non è tutto. Assolutamente.

Se acquisite conoscenza non vi sentirete in balia della vostra malattia, del farmaco o della classe medica stessa.

La conoscenza (e la sua applicazione) può aiutarci a coltivare un senso di libertà. Ma ricordate: essere liberi non è fare ciò che si vuole. Se da un lato ci sentiamo liberi perché ci liberiamo dal fatalismo secondo cui “è genetica” o “me lo ha mandato Gesù, o dal fatto che l’unico che può curarmi è un membro della classe medica, quindi io è inutile che provo a fare qualsiasi cosa, dall’altro essere liberi è prendere coscienza quanto il nostro comportamento determini delle conseguenze dirette su di noi, sul nostro destino, ed, in questo caso sulla nostra condizione di salute.

Essere liberi dalle influenze dell’ambiente esterno e della fatalità (o comunque un loro ridimensionamento), comporta diventare responsabili e sentirsi responsabili di quello che si fa.

Collegare i nostri comportamenti alle loro conseguenze.

Grazie alla conoscenza avete in mano il potere e le capacità per gestire la vostra salute, quindi usateli!

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità…L’avete mai sentita? Smettetela di tirare testate contro il muro, sperando che qualcuno vi aiuti. Ripescate il vostro costume da supereroe, e riprendete a vivere l’avventura della vita!

Fonti

Health effects of a low-inflammatory diet in adults with arthritis: a systematic review and meta-analysis

Long-term intake of dietary long-chain n-3 polyunsaturated fatty acids and risk of rheumatoid arthritis: a prospective cohort study of women

Diet and risk of rheumatoid arthritis in a prospective cohort.

Intestinal permeability in spondyloarthritis and rheumatoid arthritis: A systematic review of the literature

Intestinal barrier dysfunction plays an integral role in arthritis pathology and can be targeted to ameliorate disease

Microbial Imbalance and Intestinal Permeability in the Pathogenesis of Rheumatoid Arthritis: A Mechanism Review with a Focus on Bacterial Translocation, Citrullination, and Probiotic Intervention

Effect of a Dynamic Exercise Program in Combination With Mediterranean Diet on Quality of Life in Women With Rheumatoid Arthritis

Osteoarthritis and nutrition. From nutraceuticals to functional foods: a systematic review of the scientific evidence

Nutraceuticals as supplements in the management of arthritis: A review

Efficacy and Safety of Curcumin and Curcuma longa Extract in the Treatment of Arthritis: A Systematic Review and Meta-Analysis of Randomized Controlled Trial

Efficacy and Safety of Turmeric Extracts for the Treatment of Knee Osteoarthritis: a Systematic Review and Meta-analysis of Randomised Controlled Trials

Therapeutic effects of turmeric or curcumin extract on pain and function for individuals with knee osteoarthritis: a systematic review

Curcumin and rheumatoid arthritis: A systematic review of literature

Micronutrients: Essential Treatment for Inflammatory Arthritis?

Recreational Physical Activity and Risk of Incident Knee Osteoarthritis: An International Meta-Analysis of Individual Participant-Level Data

Physical activity in patients with rheumatoid arthritis

Effects of Physical Activity in Knee and Hip Osteoarthritis: A Systematic Umbrella Review

Physical activity, exercise and rheumatoid arthritis: Effectiveness, mechanisms and implementation

Diet’s Effect on Spondylitis Symptoms

Tai Chi, Qigong and the Treatment of Arthritis

Role of sleep deprivation in immune-related disease risk and outcomes

Relationship between Sleep Duration and Osteoarthritis in Middle-Aged and Older Women: A Nationwide Population-Based Study

Do non-steroidal anti-inflammatory drugs cause osteoarthritis progression, a systematic review and meta analysis

Epidemiology of adult rheumatoid arthritis

Design of an anti-inflammatory diet (ITIS diet) for patients with rheumatoid arthritis

The potential for dietary factors to prevent or treat osteoarthritis

Dietary Habits and Nutrition in Rheumatoid Arthritis: Can Diet Influence Disease Development and Clinical Manifestations?

Nutraceuticals as supplements in the management of arthritis: A review

Micronutrients: Essential Treatment for Inflammatory Arthritis?

Sleep Quality in Patients with Rheumatoid Arthritis and Associations with Pain, Disability, Disease Duration, and Activity

Managing Rheumatoid Arthritis with Dietary Interventions

Libri

Trattato italiano di nutraceutica clinica a cura di Arrigo F.G. Cicero

Fitoterapia. Guida all’uso clinico delle piante medicinali di Fabio Firenzuoli

Immagini

Figura 1: Dietary Habits and Nutrition in Rheumatoid Arthritis: Can Diet Influence Disease Development and Clinical Manifestations?

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