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Come il sole potrebbe aiutarci a rimanere sani e snelli e a prevenire le malattie autoimmuni e cardiovascolari

Punti chiave

  • La medicina occidentale ha approfondito e divulgato il pericolo legato all’ esposizone al sole (in particolare UVB e UVA) dell’aumentato rischio di neoplasie cutanee.
  • L’esposizione al sole presenta però una serie di effetti benefici sulla nostra salute che vanno oltre la semplice produzione cutanea di vitamina D.
  • La vitamina D può essere utilizzata per valutare l’entità di esposizione al sole di un gruppo di individui e metterla in correlazione con effetti biologici e terapeutici.
  • L’esposizione al sole:
    • riduce la mortalità per malattia per tutte le cause (evitare il sole aumenterebbe il rischio di morire quanto fumare);
    • aiuterebbe a prevenire l’insorgenza di patologie neoplastiche come carcinoma della mammella, della prostata del colon retto e il linfoma Non Hodgkin;
    • grazie alla produzione di ossido nitrico (NO), sarebbe fondamentale per il controllo della pressione arteriosa e la prevenzione delle malattie cardiovascolari;
    • sempre grazie alla produzione di NO, aiuterebbe a prevenire la sindrome metabolica e a mantenere una buona funzionalità mitocondriale;
    • avrebbe un’ azione immunosoppressiva, che se da un lato aumenterebbe il rischio di slatentizzare infezioni herpetiche, dall’altro aiuterebbe a prevenire malattie autoimmuni come sclerosi multipla e diabete di tipo 1.
  • il rischio di andare incontro a patologie oncologiche cutanee esponendomi al sole si ha se:
    • l’esposizione è intermittente;
    • se mi scotto;
    • se passo troppe ore al sole;
    • se non permetto la formazione lenta e progressiva dell’ abbronzatura e dell’ispessimento cutaneo;
  • I pazienti in terapia immunosoppressiva, con melanoma o oncologici in terapia, devono evitare l’esposizione agli UVA/UVB.
  • L’esposizione al sole deve essere considerata come una vera e propria terapia da tagliare sulla persona a seconda di vari fattori (tra cui il fototipo).
  • Un’ esposizione disciplinata e regolata mi permetterebbe di avere gli effetti benefici della esposizione al sole senza incorrere nei rischi di un aumentato rischio oncologico cutaneo.

Introduzione

Quest’anno l’inizio dell’estate è stato lento ed incerto. Per quasi tutto giugno il sole è rimasto timidamente nascosto dietro delle nuvole cariche di pioggia.
E mentre ci lasciava agognare i suoi raggi ed il suo calore (che poi alla fine ci ha restituito con gli interessi), mi chiedevo quale fosse il motivo di questa sua forte timidezza. Facendo un giro su Youtube ed Instagram l’ho capito: le frotte di dermatologi ed oncologi che ci ammonivano con sorrisi saccenti e diti accusatori del grosso rischio a cui andiamo incontro quando ci azzardiamo a mettere il naso fuori di casa senza riempirci di crema solare e coprirci adeguatamente di vestiti o rifugiarci all’ombra. Un po’ come se fossimo dei vampiri…

Insomma il sole è percepito dalla medicina attuale unicamente come una fonte di problemi, ed esattamente dei problemi di natura oncologica: il sole, ed in particolare la componente di raggi ultravioletti (UVR), divisi a seconda della lunghezza d’onda in UVA (315-400) e UVB (280-315 nm), sarebbe responsabile dell’insorgenza di tumori della pelle, ed in particolare del melanoma e di tumori non melanomici, tra cui il tumore squamocellulare e il carcinoma basocellulare. Soprattutto il melanoma ha una elevata mortalità ed una grossa tendenza a dare metastasi.

E tutto questo è vero. La IARC ha ormai riconosciuto le radiazioni ultraviolette come certamente cancerogene per l’uomo, in quanto sono in grado di provocare un danno al DNA e questi danni potenzialmente possono iniziare un processo di cancerogenesi.

Ok l’articolo è finito. Potete tornare a sentire i dermatologi che vi dicono di ricoprirvi di creme 50+++ anche quando uscite dal portone di casa per entrare in auto od uscite sul balcone ad annaffiare le piante.

Ma credo che come me vi starete chiedendo: possibile che il sole, la stella che ha dato origine e permette la vita sulla terra, la stella con cui ci siamo evoluti fin da quando eravamo delle scimmie arboricole e frugivore, ci faccia così tanto del male da doverla assolutamente scansare? O meglio ci faccia solo del male?

Possibile che l’evoluzione non abbia selezionato quegli individui che sapessero adattarsi o addirittura trarre vantaggio dall’ esposizione solare, soprattutto considerando che passavamo la maggior parte della giornata all’aperto sotto il sole per procacciarci acqua e cibo?

Ebbene in realtà come sempre niente è bianco o nero ma ci sono tante sfumature, le sfumature dello spettro solare (molto meno conosciute delle 50 sfumature di grigio).

In questo articolo vi presenterò alcune delle evidenze epidemiologiche dei benefici della esposizione solare e cercheremo insieme di capire i meccanismi che ci sono alla base di questi benefici.

La medicina occidentale si è concentrata sugli effetti negativi della esposizione al sole, limitando gli effetti positivi all’aumento dei livelli di vitamina D, che fondamentalmente il nostro corpo produce quando ci esponiamo agli UVB.

La cosa interessante però è che molti dei benefici attribuiti alla vitamina D non venivano replicati se a dei soggetti carenti la vitamina D veniva somministrata come integratore/nutraceutico.

Questo indica che la vitamina D, seppur responsabile di molti benefici e di effetti benefici dell’esposizione al sole, in alcuni casi non è la protagonista, bensì solo un indicatore del fatto che quelle persone hanno avuto la pazienza di stendersi a prendere il sole. Ci sono quindi altri personaggi che entrano in gioco a cui accenneremo senza entrare troppo nel dettaglio.

Esposizione al sole e mortalità

L’insufficiente esposizione al sole potrebbe essere responsabile ogni anno di circa 340000 morti negli Stati uniti e 4800000 morti in Europa.

Abbiamo già visto in un altro articolo uno studio in cui vi era un campione di donne svedesi, tra i 25 e i 65 anni che vennero seguite per vent’anni.

In questo periodo venne valutata dal team la relazione che c’era tra l’esposizione al sole e la mortalità di queste donne per:

  • patologie cardiovascolari;
  • patologie tumorali;
  • patologie che non fossero né tumori né cardiovascolari.

Le donne che si esponevano al sole avevano una minore mortalità per tutte queste patologie e soprattutto vivevano in media da sei mesi a due anni in più rispetto a quelle che adottano comportamenti di evitamento del sole (in relazione alla dose di esposizione).

Le donne che fumavano ma si esponevano al sole avevano la stessa mortalità e durata della vita di quelle che non fumavano e non in esponevano al sole! Come se non esporsi al sole avesse un impatto sulla salute importante come l’esposizione al fumo di sigaretta…

Insomma secondo questo studio evitare il sole aumenterebbe il rischio di morte quanto il fumare.

La carenza di vitamina D è stata associata ad un aumentato rischio di morte per tutte le cause, in particolare:

  • soggetti con vitamina D superiore a 30 avevano un rischio di morire per tutte le cause quasi della metà rispetto a chi aveva una Vitamina D compresa tra 0 e 9 ng/dl.
  • la riduzione di mortalità va progressivamente aumentando sino a valori superiori a 50 ng/dl.

Interessante notare che in questa metanalisi il valore di mortalità è stato corretto per età e che i vari studi considerati hanno corretto i valori di mortalità correlati alla vitamina D per obesità, abitudine al fumo o attività fisica.

Comunque una riduzione della mortalità per malattie oncologiche e cardiovascolari non si ha integrando la vitamina D, indicando in questo caso che la riduzione della mortalità è legata alla esposizione al sole e la vitamina D ne è probabilmente solo un indicatore.

Una limitazione dello studio è che questi livelli di vitamina D possono essere trovati bassi in soggetti tenuti a letto per malattia e non possono quindi uscire all’esterno (in questo caso la mortalità potrebbe essere dovuta alla patologia di base e non alla mancata esposizione al sole).

Esposizione al sole e prevenzione oncologica

Molti studi hanno messo in correlazione i livelli di vitamina D e il rischio di avere o di morire di alcuni tipi di tumore. Anche in questo caso questi risultati non si hanno integrando la vitamina D, quindi probabilmente gli effetti sono legati alla esposizione al sole.

Le patologie oncologiche che sembrano essere prevenute dalla esposizione al sole sono:

  • Il carcinoma mammario;
  • il carcinoma prostatico;
  • il carcinoma del colon-retto;
  • il linfoma non hodgkin (LNH).

Nel caso del carcinoma mammario e prostatico la correlazione è probabile ed i risultati ottenuti da vari studi sono a volte contraddittori, mentre il legame con il LNH e il cancro del colon-retto ha delle fondamenta più consistenti.

Ad essere preventiva sarebbe una esposizione solare cronica e costante, la quale a sua volta darebbe nel tempo:

  • buoni livelli di vitamina D, con una modulazione dell’ infiammazione cronica e buona funzionalità del sistema immunitario;
  • una regolazione dei ritmi circadiani e buoni livelli di melatonina notturni, responsabile tra le varie cose di un controllo della proliferazione delle cellule neoplastiche (ricorderete che il lavoro su turni è stato classificato dalla IARC come possibile cancerogeno proprio per la soppressione dei livelli della melatonina);
  • l’azione immunomodulante/immunosoppressiva dei raggi ultravioletti; questa azione aiuterebbe soprattutto nel LNH nel controllare la proliferazione delle cellule immunitarie. Approfondiremo questo aspetto successivamente.

Esposizione al sole e malattie cardiovascolari

L’esposizione al sole, l’ipertensione e l’insorgenza di malattie cardiovascolari, hanno una correlazione inversa. Vale a dire più ci esponiamo al sole, più la nostra pressione è sotto controllo e minore è l’incidenza e, come abbiamo visto, la mortalità, per malattie cardiovascolari.

Il mediatore responsabile di questo effetto è l’ossido nitrico (NO). L’NO è un gas prodotto all’interno delle nostre cellule tra cui anche le cellule endoteliali che tappezzano i vasi sanguigni.

L’NO ha varie funzioni ma, in questo caso, quella che ci interessa è la sua azione rilassante la muscolatura liscia che avvolge i vasi sanguigni.

Nel momento in cui i raggi solari, ed in particoalr modo gli UVA colpiscono le cellule della nostra epidermide, queste rilasciano in circolo l’NO preformato presente al loro interno. Questo gli permette di svolgere un effetto sistemico, uno dei quali è, appunto, il rilasciamento della muscolaura liscia e il conseguente abbassamento della pressione arteriosa.

Insomma probabilmente il soggetto chiamato in causa per modulare l’ipertensione e la mortalità cardiovascolare in risposta all’ esposizione al sole in questo caso è proprio l’NO; spiegherebbe anche l’evidenza che l’incidenza di infarto durante il giorno si riduce pian piano man mano che aumenta l’esposizione alla luce solare in estate.

Esposizione al sole e sindrome metabolica

Ora vi presenterò uno studio molto curioso in cui un gruppo di topi, con caratteristiche identiche, fu nutrito con una dieta obesogena ad alto contenuto di grassi per 12 settimane.

Alla fine delle 12 settimana ovviamente i topi erano diventati:

  • obesi,
  • prediabetici (con una tolleranza al glucosio peggiorata),
  • leptino-resistenti (avevano alti livelli di leptina a digiuno),
  • e con la steatosi epatica non alcolica.

Un sottogruppo di questi fu sempre nutrito con la stessa dieta, ma esposto due volte alla settimana a una dose di raggi ultravioletti composto da un mix di UVA e UVB (65%). E cosa successe in questi topi?

Rullo di tamburi…:

  • risultarono protetti dalla obesità, acquisendo il 40% in meno di peso;
  • i loro livelli di glicemia ed insulina basale erano più bassi;
  • i livelli di leptina a digiuno erano più bassi (livelli costantemente alti anche a digiuno indicano una leptino resistenza ed una mancata azione sui livelli di sazietà);
  • il profilo lipidico era migliore;
  • vi era steatosi epatica non alcolica di grado inferiore.

Insomma sembra che l’esposizione al sole avesse un effetto protettivo sui danni provocati da una dieta scorretta.

L’esperimento fu replicato integrando nella dieta la vitamina D ma questa ebbe solo un parziale effetto nel ridurre la gravità della steatosi epatica non alcolica, e non della stessa entità della irradiazione bisettimanale.

Il gruppo esposto al mix UVA e UVB e quello in cui la vitamina D veniva integrata non avevano differenze significative nei livelli ematici.

Insomma questi benefici non erano dovuti alla vitamina D…Ma a che cosa?

Ancora una volta il metabolita chiamato in causa è l’NO.

Nei topi irradiati si vedeva un aumento circolante dei livelli di NO, e l’applicazione topica di un prodotto inibente nelle cellule epidermiche la sua formazione aboliva gli effetti protettivi descritti sopra.

Insomma possiamo sfondarci di panini pieni di hamburger, patatine e salsine di tutti i tipi, basta che nel frattempo ci esponiamo al sole così da rimanere magri e snelli?

In effetti vi sono alcuni studi epidemiologici che hanno rilevato una riduzione del 64% di incidenza di sindrome metabolica nei soggetti di mezza età o più anziani che avevano la vitamina D superiore a 30 ng/dl, rispetto ai pazienti che avevano valori inferiori a 20 (i risultati furono corretti per i valori di BMI).

Vi sono inoltre studi relativi alla ridotta incidenza di diabete in relazione ai livelli di vitamina D, ma ne parleremo più dettagliatamente in un prossimo articolo.

Come può l’NO un semplice gas, avere, per lo meno nei topi, questi effetti eclatanti?
L’NO sembra che vada ad agire sul Peroxisome proliferator-activated receptor γ coactivator 1 α (PGC-1α), un fattore di trascrizione la cui attivazione risulta fondamentale per la mitofagia, la biogenesi mitocondriale, e nel complesso un funzionamentoc efficente del nostro mitocondrio. Ricorderete come il mitocondrio è la centralina energetica della nostra cellula, che processa principalmente grassi (ma anche intermedi dei processi glicolitici), per trasfomarli in definitiva in energia (ATP) e calore.

Dei mitocondri in salute e numerosi sono fondamentali per la nostra salute e flessibilità metabolica.

La restrizione calorica, il digiuno intermittente e l’attività fisica, vanno tutti in ultima analisi a stimolare tramite il PGC-1α, la mitofagia e biogenesi mitocondriale, ed alcuni autori si chiedono se, in tutti questi casi, nel processo di segnalazione sia coinvolto l’NO.

Però tornando al discorso di mangiarsi il paninazzo prendendo il sole, non credo che sia sufficiente per garantirci una corretta flessibilità metabolica: ricorderete ad esempio il discorso del digiuno intermittente sui topi. Risultava miracoloso, proteggendoli completamente dall’ obesità e dalla sindrome metabolica pur mangiando una dieta ad alto contenuto di zuccheri o grassi.

Il digiuno intermittente ed il TRE, pur essendo benefici sull’essere umano non avevano gli stessi effetti straordinari che avevano sul topo.

Gli stessi benefici dell’ attività fisica sull’uomo (su cui non c’è nessuna diatriba scientifica), sono attenuati o del tutto vengono compromessi da una dieta scorretta.

Penso che l’esposizione al sole e agli UVR sia un valido aiuto per migliorare:

  • la nostra funzionalità mitocondriale,
  • la nostra capacità di processare i grassi,
  • la nostra flessibilità metabolica,
  • la capacità di dissipare in calore l’eccesso calorico,
  • forse anche la nostra performance atletica,
  • i nostri livelli di glicemia, insulina e leptina,

ma non arriverebbe a correggere gli effetti di una dieta ipercalorica ed interamente compromessa.

I vari studi ad oggi hanno dimostrato che il principale determinante del fatto che ingrassiamo e dimagriamo è fondamentalmente il nostro bilancio energetico.

Esposizione al sole e malattie autoimmuni

Adesso veniamo ad un altro argomento piuttosto complicato, rappresentato dall’ esposizione al sole e la sua influenza sulla possibilità di sviluppare delle patologie autoimmuni.

L’esposizione al sole sembra essere efficace nella prevenzione delle malattie autoimmuni, infatti il danno che gli UVR esplicano sul DNA della nostra pelle, non è solo correlato allo sviluppo di lesioni tumorali, bensì è anche collegato ad un certo effetto immunosoppressivo (anche se io preferirei definirlo immunomodulante).

Se qualcuno di voi ha qualche dubbio e da buon analfabeta funzionale si fida più della propria esperienza che dei risultati degli studi su campioni più grandi, basta vedere come l’incidenza di herpes zoster (il fuoco di Sant’Antonio) ed herpes labiale presenti un exploit in estate.
I raggi UVR esplicano una azione immunosoppressiva, tale da non permettere il controllo degli Herpes virus che portiamo con noi dopo la prima infezione, per tutta la vita. Mentre nei topi l’esposizione consistente agli UVR determina l’insorgenza di vari tipi di infezioni anche gravi e talvolta fatali, nell’uomo si limita a manifestazioni erpetiche.
Insomma questi UVR danneggiando il DNA delle cellule cutanee aumentano il rischio di tumore, mi fanno venire l’herpes o il fuoco di Sant’Antonio, e allora perché ne continuiamo a parlare?

Ora vi spiego.

Nel momento in cui gli UVR (sia gli UVA che UVB) colpiscono le cellule presenti nella nostra epidermide inducono un danno al DNA, in seguito al quale:

  • le cellule (cheratinociti) rilasciano in circolo alcune citochine antinfiammatorie, tra cui interleuchina 10 (IL-10);
  • le cellule dendritiche del Langherans si ritirano all’interno dei linfonodi;
  • si riduce l’ espressione delle molecole di istocompatibilità di classe 2 (MCH II), e altre molecole fondamentali nella presentazione dell’antigene.

Il succo del discorso è che l’esposizione agli UVR induce una immunomodulazione sia locale che sistemica, in cui viene inibita la risposta alla presentazione dell’antigene e modulata la risposta immunitaria adattativa.

Nel nostro corpo abbiamo varie cellule del sistema immunitario che tenderebbero a reagire ad antigeni self (ossia a reagire con una reazione aggressiva a molecole del nostro stesso corpo). L’attivazione e la proliferazione di queste cellule comporterebbe lo scatenarsi di una reazione autoimmune. Queste cellule vengono normalmente distrutte con dei meccanismi centrali a livello del timo o del midollo osseo, ma alcune permangono in circolo.

Secondo alcuni autori, l’esposizione agli UVR, sarebbe un ulteriore meccanismo “periferico” con cui queste cellule immunitarie vengono tenute a bada, inattive.

Sembra che al fine di questa reazione di immunoregolazione sia fondamentale l’azione dei mastociti e la loro degranulazione

Alla fin fine quello che fanno gli UVR è tenere a freno la risposta immunitaria adattativa, che come ricorderete dagli articoli sulla vitamina D e sull’N-acetil cisteina, se pur fondamentale per debellare l’agente estraneo, se non modulata, è la principale responsabile della risposta infiammatoria, dei danni al nostro corpo e di una sintomatologia e un outcome peggiore.
La stessa vitamina D di per sé, non fa altro che potenziare la risposta immunitaria innata, e modulare la risposta immunitaria adattativa (in particolare inibisce la risposta locale e sistemica alla presentazione dell’antigene).

Se l’esposizione al sole persiste per troppo tempo, i danni al DNA aumentano e si innescano ulteriori reazioni: insomma arriviamo ad una vera e propria scottatura.

In questo caso la combinazione di:

  • danno al DNA,
  • immunosoppressione locale,
  • stimolo proliferativo conseguente al danno (ustione),

risulta essere la base ideale per fissare con una replicazione cellulare il danno al DNA, creando una cellula anomala che sfugge alla distruzione da parte delle cellule del sistema immunitario.

Vedete quindi che anche in questo contesto viene sottolineata l’importanza di una esposizione lenta e graduale, in cui la cute ha la possibilità di esprimere maggiormente gli enzimi responsabili del danno al DNA e di esporsi al sole senza esagerare con il tempo e scottarsi.

Secondo gli autori anche l’ avere dei valori di vitamina D sufficienti sarebbe utile, in quanto questo preormone sarebbe correlato con l’espressione dei geni correlati con gli enzimi che riparano il DNA.

Questo effetto immunomodulante (dal mio punto di vista sinergico con l’azione della vitamina D), sarebbe anche responsabile del miglioramento/scomparsa di problemi cutanei quali:

  • dermatite atopica;
  • psoriasi;
  • polymorphic light eruption (PLE).

Questo meccanismo biologico potrebbe lasciare intendere come mai l’incidenza delle malattie autoimmunitarie è progressivamente più alta man mano che ci si allontana dall’equatore.

Esposizione al sole e incidenza diabete di tipo 1

Per il diabete di tipo 1 (che ha una base autoimmune), ci sono vari studi che associano la sua aumentata incidenza con la ridotta esposizione al sole durante la gestazione (anche in relazione alla stagionalità), o durante i primi anni dell’infanzia.
In particolare una ridotta esposizione al sole nell’ultimo trimestre di gravidanza sarebbe associata ad un aumento del 67% del DM tipo 1 in bambini tra i 5 e i nove anni.

Esposizione al sole e incidenza di sclerosi multipla

Per quanto riguarda la sclerosi multipla, in Tasmania, il ricordo di aver trascorso almeno 4 ore al sole al giorno (rispetto a meno di 1 ora in inverno o meno di 2 ore in estate) tra i sei e i 10 anni, è stato associato a un rischio ridotto del 50% di SM. Studi in Norvegia, Italia, Svezia, e Stati Uniti hanno ottenuto conclusioni simili.

Dei livelli di vitamina D superiori a 40 ng/dl, si sono dimostrati protettivi, con una incidenza più bassa:

  • del 50-60% rispetto a 20 ng/dl;
  • del 100% in più rispetto a meno di 10 ng/dl.

Ancora una volta sottolineo che se pur l’integrazione di vitamina D ha un impatto positivo sulla progressione e sulla incidenza di malattie autoimmuni, in particolare la sclerosi multipla, queste percentuali sono dovute alla esposizione al sole e agli UVB.

Pazienti con patologie oncologiche e malattia autoimmuni in terapia

Non vorrei che con questi dati da me presentati passasse il messaggio che se un paziente soffre di tali patologie e sta facendo una terapia medica, può esporsi agli UVR e migliorare la sua prognosi.

Purtroppo nei dati da me visti, i pazienti già ammalati di melanoma vedevano il rischio di metastasi aumentare se si esponevano al sole.

I pazienti che fanno chemioterapia hanno una fotosensibilizzazione cutanea, per cui possono andare facilmente incontro ad eritemi e scottature, devono aspettare un certo periodo di tempo prima del termine dei cicli di chemio per potersi esporre al sole.

i pazienti che fanno terapie immunosoppressive, hanno una maggiore difficoltà a debellare eventuali cellule il cui DNA viene danneggiato dai raggi solari, Quindi il loro rischio di sviluppare una malattia oncologica, in seguito alla esposizione al sole, è più alto della popolazione generale.

Insomma in questi casi ci vuole molta cautela, per lo meno considerando i dati disponibili ad oggi.

Esposizione al sole e rischio oncologico

Dato il terrorismo psicologico che gli oncologi e i dermatologi hanno fatto sulla esposizione al sole, non è possibile fare una articolo sui benefici del sole senza cercare di ridurre l’ansia che è stata instillata nella gente.

L’esposizione al sole è associata all’insorgenza di alcuni tumori della pelle, ma non è come l’amianto.

In particolare:

  • L’esposizione al sole aumenta il rischio di insorgenza di melanoma. Soggetti che presentano 5 scottature per decade presentano un rischio triplicato rispetto a chi non si è mai scottato; una esposizione intermittente al sole aumenta il rischio fino al 60 %; di contro a tutto questo chi ha una esposizione cronica al sole (magari per motivi occupazionali), non presenta un rischio aumentato, anzi il rischio sembra addirittura ridotto;
  • le scottature solari aumentano inoltre il rischio di carcinoma squamocellulare: l’aver avuto fino a dieci scottature durante l’infanzia aumenta del 100% il rischio di andare incontro a questo tipo di neoplasia; in questo caso anche l’esposizione cronica è un fattore di rischio: esporsi per più di 40000 ore durante la propria vita aumenta il rischio di 6 volte rispetto ad esporsi meno di 20000 ore durante la propria vita per gli abitanti dei Paesi Bassi (i soggetti che si esponevano meno di 20000 ore durante la propria vita non avevano il rischio aumentato). Il limite in cui il rischio non aumenta sale a 70000 ore per gli individui abitanti nel sud Europa (qui il rischio aumentava di 8 volte per esposizioni superiori alle 200000 ore)
  • per quanto riguarda il carcinoma basocellulare, il discorso è più complesso: si nota un incremento di incidenza con un massimo a 10000 ore cumulative di esposizione, ma in questo caso il rischio maggiore sia una esposizione intermittente, la presenza di scottature ed avere una pelle sottile e con una scarsa tendenza ad abbronzarsi.

Da tutto questo cosa deduco? Che non mi devo manco affacciare alla finestra senza immergermi nella protezione 50 più più?

Conclusioni e applicazioni pratiche

No, piuttosto che l’esposizione al sole deve essere:

  • progressiva e graduale; insomma se vediamo il rischio di melanoma si ha in quei soggetti che stanno tutto l’anno in ufficio e poi vanno a fare la settimana a mare ai tropici: lì è fondamentale una estrema cautela e protezione con creme, vestiti e cercando l’ombra;
  • fatta garantendo una progressiva abbronzatura ed ispessimento cutaneo; esponendoci al sole in tutte le stagioni:
    • la pelle si abbronza, creando già un filtro “homemade”;
    • aumenta l’espressione di enzimi che riparano il DNA;
    • aumentano i livelli di vitamina D;
  • sostenuta proteggendo le zone in cui la pelle è più sottile (tutta la zona del volto, delle orecchie e del collo);
  • modulata in base al proprio fototipo (abbiamo visto infatti che i partecipanti allo studio dei Paesi bassi avevano bisogno di meno ore di esposizione al sole per poter vedere aumentato il rischio di SCC, oltre al discorso più banale dell’aumentato rischio di scottature dei fototipi I e II;
  • giornaliera ma limitata nel tempo a meno che non decidiamo di fare i pastori non dobbiamo passare 10 ore al giorno all’aperto al sole.

Insomma un tempo compreso tra i 5 e i 30 minuti al giorno, in un orario in cui prendiamo tutte le lunghezze d’onda dello spettro solare (tra le 11 e le 14 del pomeriggio), possiamo stare tranquillamente esposti.

Oltre quel tempo dobbiamo usare tutte le accortezze esposte e divulgate:

  • coprirci adeguatamente;
  • cercare l’ombra;
  • usare delle protezioni solari.

Queste accortezze checchè ne dicano i dermatologi, ci permetterà di migliorare il nostro stato di salute senza aumentare significativamente il rischio di incorrere in patologie cutanee.

Tutto questo non vale per i lettini abbronzanti, che vanno assolutamente evitati.

Mi permetto di chiudere ribadendo due cose:

  1. l’esposizione al sole può essere considerata una terapia, e deve essere assolutamente tagliata come un abito sulla persona: risulta difficile dare delle indicazioni esaustive valide per tutte. Questo va oltre lo scopo di questo articolo, che è puramente informativo e divulgativo.
  2. se notate in tutto l’articolo ho utilizzato i termini “potrebbe” e “dovrebbe”, cercando di indicarvi quali sono gli effetti della esposizione al sole su cui ci sono una combinazione di dati epidemiologici e di evidenze di fotobiologia e su cui quindi sono necessarie ulteriori conferme, rispetto a dati più concreti e validati. Chi cerca di fare seriamente ricerca utilizza sempre queste espressioni, perché i dati ricavati dagli studi ci indicano una direzione probabile, che andrà confermata di studio in studio. Chi si fa bello utilizza le sue conoscenze per pavoneggiarsi, mettersi sul piedistallo e sminuire gli altri, dubito che abbia una conoscenza approfondita di un argomento. Ha per lo “più più” una credenza.

Fonti

Insufficient Sun Exposure Has Become a Real Public Health Problem

The multicentre south European study ‘Helios’. II: Different sun exposure patterns in the aetiology of basal cell and squamous cell carcinomas of the skin.

Is prevention of cancer by sun exposure more than just the effect of vitamin D? A systematic review of epidemiological studies

Impact of nitric oxide on metabolism in health and age-related disease

Ultraviolet Radiation Suppresses Obesity and Symptoms of Metabolic Syndrome Independently of Vitamin D in Mice Fed a High-Fat Diet

PGC-1α-Mediated Mitochondrial Quality Control: Molecular Mechanisms and Implications for Heart Failure

Meta-analysis of All-Cause Mortality According to Serum 25-Hydroxyvitamin D

Meta-analysis of risk factors for cutaneous melanoma: II. Sun exposure

Impact of nitric oxide on metabolism in health and age-related disease

How much sunlight is enough?

The Consequences of UV-Induced Immunosuppression for Human Health

Sunlight-Induced Immunosuppression in Humans Is Initially Because of UVB, Then UVA, Followed by Interactive Effects

Sunlight Effects on Immune System: Is There Something Else in addition to UV-Induced Immunosuppression?

Mechanisms of UV-induced immunosuppression

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